Vi siete appena addormentati, con il pensiero piacevole che domani andrete al ristorante con i vostri amici; cominciate a sognare e dopo un po’ vi trovate proprio al ristorante, però un cartello minaccioso vi avverte che quel giorno il menù sarà gestito da un nutrizionista. Poco male, pensate, voi siete lì per fare il pieno di antipasti a base di salumi, fettuccine al ragù, carne e salsicce alla brace, un bel dolce pieno di creme: il nutrizionista capirà le vostre sacrosante esigenze. Invece, vi portano queste cose: una specie di antipasto che sembra una composizione floreale, con spinaci crudi e arancia, salmone e parmigiano, finocchi, noci e pinoli, il tutto condito con olio extravergine e limone; invece delle fettuccine arrivano una pasta con piselli e carciofi e un involtino di verza con riso e lenticchie; voi ancora sperate di salvare il pranzo con le salsicce, ma ecco una fumante crema di ceci con pane abbrustolito; siete alla disperazione, potete calmarvi solo con un dolce pieno di panna e crema, ma vi portano il ciambellone laziale fatto con olio, yogurt e uva sultanina… Scherzi a parte, questo menù è stato effettivamente proposto (dal sottoscritto, al termine di un corso sull’alimentazione) e ha trovato gradimento anche in chi avrebbe preferito la classica mangiata da ristorante. In un pasto di questo tipo hanno trovato posto molti alimenti protettivi e la quota di energia è rimasta molto al di sotto di quanto si consuma generalmente nei luoghi di ristorazione. Nel menù erano presenti cereali integrali e legumi secchi (ceci e piselli), pesce e olio extravergine di oliva, un po’ di frutta secca e arance, varie verdure di stagione (finocchi, spinaci, verze, carciofi), un po’ di vino rosso e yogurt: nei fatti, un esempio concreto di dieta mediterranea. Ristorante a parte, proviamo ad immaginare una giornata media di una persona “media” di età avanzata. Come potrebbe organizzare i suoi pasti? Innanzitutto, una buona colazione. Un buon tè, eventualmente con il miele, del pane tostato o delle fette biscottate con marmellata, possibilmente fatta in casa. Come alternativa della frutta fresca o yogurt. Poi una passeggiata o un’altra attività fisica. In tarda mattinata della frutta fresca di stagione e dell’acqua. Il pranzo dovrebbe iniziare con abbondanti verdure cotte o crude di stagione, condite con poco olio d’oliva. Dopo la verdura della pasta o del riso o una minestra di legumi (naturalmente le quantità di cereali dipendono dalla nostra corporatura e da quanto siamo attivi). Nel pomeriggio potrebbe trovare spazio sia la seconda passeggiata (o attività di altro genere) sia uno spazio riservato agli amici, ai conoscenti, ai rapporti con gli altri. Nel tardo pomeriggio la seconda porzione di frutta, accompagnata dall’acqua, oppure yogurt alla frutta. La cena, come il pranzo, dovrebbe iniziare con la verdura, stavolta accompagnata da pane, meglio se integrale; il secondo o pietanza deve essere buono ma vario: potremmo fare sette secondi diversi, uno per sera. Pesce, uova, carne, formaggio, legumi secchi, affettato. L’ultima sera una pizza fatta in casa, magari da dividere con gli amici. Infatti, l’ultimo aspetto importante dell’alimentazione è proprio quello della convivialità, ovvero dell’importanza del mangiare insieme agli altri. Spesso la malnutrizione è legata al mangiare da soli o da sole, una condizione che a volte porta a dare poco valore alla preparazione del pasto o addirittura a ritenerlo una spiacevole incombenza. In realtà, mangiare in compagnia ci fa bene, fa bene al corpo e fa bene alla mente. La parola stessa compagnia ci fa capire questo concetto. Com-pagnia significa “con il pane” (cum + panis), perché la compagnia è l’umanità che condivide il pane. Qualche volta ce lo scordiamo (nella foto Pierre-Auguste Renoir, La colazione dei canottieri, 1880-82) (2009)
Chimica e salute: Porto Marghera
Porto Marghera è una località del comune di Venezia sulla terraferma. Dopo i pesanti bombardamenti della II Guerra mondiale, sia il porto sia le industrie andarono distrutte; negli anni successivi la produzione industriale riprese e – a partire dagli anni ’50 – Porto Marghera divenne uno dei poli industriali più importanti, con gli impianti dell’Enichem Agricoltura e con il Petrolchimico della Montedison. Gianni Moriani nel libro La nocività in fabbrica e nel territorio (Bertani, 1974) denunciava oltre 50 incidenti e migliaia di operai intossicati tra il 1972 e il 1974; un rapporto del 1972 dell’oncologo Cesare Maltoni denunciava la tossicità cancerogena del cloruro di vinile monomero (CVM). Secondo Greenpeace negli anni ‘70 dal Petrolchimico venivano rilasciate quasi 250.000 tonnellate di fumi tossici l’anno; 22.000 tonnellate annue di composti tossici, molti dei quali cancerogeni, comprese 45 tonnellate di metalli pesanti, venivano scaricate attraverso le acque; 80 milioni di tonnellate di fanghi tossici sono state scaricate prima in laguna e successivamente nell’Alto Adriatico; 4.000 tonnellate di scarti di produzione dell’acido fluoridrico e fosforico venivano scaricate quotidianamente in laguna fino alla fine del 1988. Fino a tre anni fa, nell’area del Petrolchimico sono stati censiti 1500 camini da cui vengono immesse annualmente in aria 53.000 tonnellate di 120 diverse sostanze tossiche e nocive. La salute operaia ha pagato un prezzo altissimo:160 lavoratori morti, un altro centinaio permanentemente menomati per i processi produttivi tossici al Petrolchimico di Porto Marghera. L’inchiesta del giudice Felice Casson sul cloruro vinile monomero è iniziata nel 1994 su denuncia di un operaio; nel 1996 è cominciato il processo; nel 2001 la sentenza di primo grado aveva incredibilmente assolto tutti gli imputati; il tribunale di II grado ha finalmente portato alla condanna dei vertici della chimica del tempo riconoscendo le responsabilità personali e le colpe soggettive dei dirigenti della Montedison (Casson ha raccolto la difficile storia delle sue indagini nel libro La fabbrica dei veleni, Sperling & Kupfer, 2007). Il legame tra le malattie professionali, gravissime e rarissime, dei lavoratori del Petrolchimico e le modalità produttive, impiantistiche e gestionali dell’azienda è fuori discussione: si è usato per anni un cancerogeno in grado di mutare il DNA delle cellule – il cloruro vinile monomero – senza le precauzioni necessarie, tenendone nascosta la rischiosità ed esponendo i lavoratori a malattie incurabili come l’angiosarcoma epatico, la sindrome di Raynaud e diverse epatopatie. La sentenza Montedison ha ribadito che le morti operaie, le malattie dei lavoratori e il disastro ambientale non sono incidenti imprevedibili o errori umani, ma la conseguenza inevitabile di una logica produttiva, che sfrutta i lavoratori e disprezza l’ambiente. I dirigenti Montedison sono stati condannati (una anno e mezzo per omicidio colposo) per quello che secondo Luigi Mara di Medicina Democratica, è stato il più grave disastro industriale accaduto in Europa occidentale. (nella foto un manifesto di Medicina Democratica sulle lotte per la salute a Porto Marghera e Venezia) (2012)
Mangiar bene nella terza età
Mangiar bene nella terza età, facile a dirsi più difficile metterlo in pratica, per tanti motivi. In realtà, non diversamente dagli altri periodi della vita, alle persone anziane servirebbero soprattutto piatti leggeri, facili da digerire, con tutti i nutrienti necessari e con adeguati apporti energetici. Sarebbe bene avere da un lato orari dei pasti regolari, dall’altro preparazioni semplici e poco elaborate, per facilitare la digestione. Andrebbero sempre evitate le grandi mangiate, meglio pasti ridotti e frazionati (prima colazione, spuntino, pranzo leggero, spuntino, cena leggera). Innanzitutto, bisogna determinare un apporto adeguato di calorie e proteine, evitando sia le eccessive riduzioni che possono provocare senso di affaticamento, sia eccessivi surplus, con possibili problemi digestivi. Come nelle altre fasi della vita, un regime alimentare equilibrato ha alcuni punti fermi: calorie limitate a quelle che si possono consumare, adeguati apporti di proteine sia vegetali che animali, buoni introiti di vitamine e sali minerali; 50{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} e oltre di calorie dai carboidrati, limitando gli zuccheri semplici; pochi grassi (meno del 20{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} delle calorie totali), meglio se esclusivamente di origine vegetale, limitando grassi saturi ee eliminando grassi trans del cibo industriale. Un problema caratteristico delle giovani generazioni e di quelle meno giovani è la scarsa propensione al consumo di frutta e verdura, con conseguente riduzione del patrimonio di vitamine e sali minerali. Una recente indagine sull’alimentazione degli anziani (Ferro-Luzzi) ha trovato carenze di vitamina A in quasi il 50{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} del campione, di ferro e vitamina B1 e B2 nel 20{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}, di vitamina C, calcio, energia e proteine nel 10{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} circa. Pane integrale e pasta, frutta e verdura, legumi e pesce, formaggi magri e olio extravergine; poca carne e affettati, poco vino: con lo schema della dieta mediterranea le persone anziane ricevono una buona protezione da depressione (meno 30{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}), morbo di Parkinsone morbo di Alzheimer (meno 13{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}). I risultati degli studi in questione sono stati pubblicato dalle riviste JAMA e BMJ e ripresi in Italia dalla Coldiretti per incoraggiare il consumo di alimenti sani e tradizionali, in tutte le fasi della vita, terza e quarta età comprese. Per chi volesse mettere in pratica la triade di buona salute composta da relazioni umane e sociali gratificanti, attività fisica e buona alimentazione, ecco alcuni alimenti da valorizzare nella nostra dieta, purché di origine biologica. Innanzitutto, cereali integrali e legumi, perché fanno scendere glicemia e colesterolo, forniscono fibre, vitamine e sali minerali; poi olio extravergine di oliva, perché riduce il colesterolo e contiene sostanza antiossidanti e protettive contro i tumori; tutti i vegetali sono protettivi – come verdure o frutta – ne segnaliamo alcuni particolarmente studiati per la loro azione preventiva; cavolfiore e broccoli, per la protezione dal cancro e la presenza di vitamine e pro-vitamine; aglio, per l’effetto positivo su circolazione e sistema immunitario e la prevenzione di alcuni tumori; agrumi come arance e limoni, per la loro ricchezza di vitamina C e pro-vitamina A, entrambe protettive contro i tumori, e per la presenza di sostanze antiossidanti; infine, yogurt, per l’aiuto alla flora batterica intestinale, vero baluardo contro moltissime malattie. (nella foto Giambattista Tiepolo, Il banchetto di Cleopatra, 1743-44)
Sessualità o clonazione?
Sessualità e clonazione sono le due modalità con le quali gli organismi viventi si riproducono. Un indiscutibile vantaggio adattativo della sessualità animale è la limitazione dell’aggressività tra individui della stessa specie (aggressività intraspecifica). In realtà, oltre a questo aspetto, esistono indiscutibili vantaggi evolutivi legati alla sessualità. Nei primi tre miliardi di vita organica la Terra è stata popolata da semplici organismi unicellulari che si moltiplicavano per clonazione. Un miliardo di anni fa iniziò la riproduzione sessuata, con i primi due esseri viventi che si avvicinarono al punto di fondersi. La sessualità accelerò enormemente il processo evolutivo: l’incrocio dei geni di animali di sesso femminile e maschile fu la premessa per la comparsa di tutta la varietà che contraddistingue il mondo vivente. Attualmente, la stragrande maggioranza degli organismi più elevati si riproduce per mezzo del sesso. In realtà possiamo dire che la sessualità è così importante per il successo evolutivo che buona parte del comportamento animale è, seppure indirettamente, collegato con essa. La riproduzione sessuata, infatti, produce una maggiore dose di variabilità rispetto a quella agamica; con essa il patrimonio genetico di una specie viene continuamente rimescolato in nuovi genotipi ed ogni nuovo individuo rappresenta qualcosa di diverso rispetto ai genitori; la modalità non sessuale, al contrario, è un semplice meccanismo di replica che lascia alle sole mutazioni il compito di produrre variabilità. La miglior evidenza del vantaggio evolutivo della sessualità è la sua distribuzione quasi universale in tutte le forme viventi. In realtà il sesso non sarebbe strettamente necessario per la riproduzione. Da sempre, ad esempio, le pulci d’acqua si moltiplicano senza alcun maschio. Addirittura vi è un’intera classe del regno animale, la Bdelloidea (dell’ordine dei “rotiferi”, piccolissimi metazoi acquatici di circa 0,5 mm), che da quando esiste, pare oltre trenta milioni di anni, non ha mai generato un maschio. Del resto la clonazione è un sistema di riproduzione assai efficace, poiché quando in una specie vi sono solo femmine, tutti – non solo la metà femminile della popolazione – avranno dei figli. Inoltre, i cloni riproducendo sempre se stessi sono praticamente immortali, come testimoniano alcune specie vegetali viventi da oltre 10.000 anni. Ma allora, se gli individui di sesso maschile non sono necessari, perché si è affermata la divsione in sessi distinti? Fondamentalmente per due motivi, legati entrambi al principio della mescolanza genetica. In primo luogo, diversamente dai cloni, con la sessualità è possibile correggere eventuali difetti genetici. Se si ha una mutazione dannosa in un clone, questi non può che trasmetterla ininterrottamente da genitore a figlio, con la sola (scarsamente realistica) speranza che un’altra mutazione riporti la situazione al punto iniziale. Gli organismi sessuati, invece, combinando i loro patrimoni genetici, potrebbero permettere al gene danneggiato di essere sostituito dal corrispondente sano dell’altro: il sesso, dunque, può ostacolare le mutazioni genetiche negative. L’altro argomento a favore del sesso riguarda la variabilità immunitaria che esso conferisce alla popolazione. Mentre tra i cloni asessuati virus e batteri hanno vita facile, poiché basta scardinare la difesa immunitaria di un singolo organismo per avere ragione anche di tutti gli altri cloni identici, nel caso degli esseri sessuati lo scambio genetico è anche scambio di immunità, di biotecnologie difensive, che permettono sempre – o quasi – ad almeno un paio di individui di sopravvivere, perché il loro sistema immunitario è superiore agli aggressori. Con una certa dose d’ironia, il tedesco M. Mirsch ha scritto che potremmo definire i maschi un intelligente “prodotto di prevenzione sanitaria femminile”, al quale non conviene rinunciare. (2010)
Aborto e RU 486
Il 22 maggio 1978 è entrata in vigore in Italia la legge 194, ovvero le Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza. Con questa legge, frutto di battaglie delle donne e di movimenti e partiti laici, per la prima volta venivano depenalizzate e disciplinate le modalità di accesso all’aborto, considerato fino a quel momento un reato penale. Bisogna ricordare che ancora oggi l’aborto senza adeguate condizioni di sicurezza è una delle principali cause di morte per le donne; una partoriente su sette nel mondo muore per interruzioni di gravidanza condotte senza adeguate condizioni di igiene o senza personale medico preparato (dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, per il periodo 1995-2008, pubblicati da Lancet). In Europa occidentale nel 2008 il tasso di aborto era di 19 casi ogni mille donne, in Europa orientale, di 34. Un’alternativa all’aborto in ospedale con aspirazione chirurgica è la pillola Roussel-Uclaf-486, più nota con la sigla RU 486. Si tratta di un farmaco capace di provocare un’interruzione di gravidanza, senza il trauma del ricovero e dell’intervento chirurgico. In Svizzera questo metodo può essere prescritto entro la settima settimana a partire dal primo giorno dell’ultima mestruazione (l’aborto classico viene, invece, generalmente effettuato entro le 14 settimane a partire dal primo giorno dell’ultima mestruazione). L’interruzione viene effettuata in ambulatorio, sia in clinica sia in uno studio medico, con due farmaci: la RU 486 e una prostaglandina. La RU 486 blocca gli effetti dell’ormone progesterone, interrompendo lo sviluppo della gravidanza. La prostaglandina provoca lr contrazioni dell’utero e l’espulsione dei tessuti embrionali. In presenza di personale medico, vanno prese tre compresse di RU 486 e si può rientrare a casa. Due giorni dopo, nelle stesse condizioni, vengono prese due compresse di prostaglandina e si rimane in osservazione per alcune ore. Per circa due terzi delle donne l’espulsione dei tessuti embrionali avviene in questo periodo, per alcune avviene più tardi a casa. In Italia la RU-486 è stata approvata dall’Agenzia italiana del farmaco nel 2009. Nel campo della contraccezione da alcuni anni è salita alla ribalta la cosiddetta pillola del giorno dopo. Nel passato questa pillola d’emergenza aveva dosaggi che provocavano importanti effetti collaterali, oggi consiste in due pasticche di ormoni progestinici da usare entro 72 ore dal rapporto a rischio, sapendo che prima si prendono, maggiore è l’esito contraccettivo, e quasi mai con effetti collaterali. Per concludere i due sistemi di sterilizzazione o contraccezione chirurgica: chiusura delle tube nelle donne e vasectomia negli uomini. La legatura delle tube è abbastanza diffusa nelle donne che hanno avuto più gravidanze; si tratta di un piccolo intervento chirurgico irreversibile che, chiudendo le tube, impedisce il passaggio degli spermatozoi. L’irreversibilità è il limite anche della vasectomia, un piccolo intervento chirurgico ambulatoriale che non interferisce nella normale risposta sessuale maschile, ma si limita a bloccare il transito degli spermatozoi dai testicoli all’uretra. (nella foto: Ospedale Henry Ford di Frida Kahlo, 1932) (2-2010)
Fermare le automobili
Milano, Torino e altre 80 città del Nord hanno deciso di bloccare per un giorno le automobili, per ridurre l’inquinamento dei centri urbani. L’inquinamento urbano nasce soprattutto da tre fonti – industrie, riscaldamento e autoveicoli – che immettono nell’atmosfera ossidi di zolfo e di azoto (NO2), monossido di carbonio (CO) e polveri sottili. La principale fonte di inquinamento atmosferico a livello nazionale è rappresentata dal settore industriale con il 26{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} delle emissioni di polveri sottili PM 10 e del 23{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di biossido di azoto , del 79{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di ossidi di zolfo e del 34{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di idrocarburi policiclici aromatici. Per i trasporti, il contributo maggiore va ai trasporti su strada con il 22{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} delle emissioni totali di PM10, il 50{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di NO2, il 45{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di CO e il 55{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di benzene; a Roma e Milano il traffico di mezzi a motore emette circa il 60{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} delle polveri sottili e degli ossidi di azoto. Questi inquinanti producono diversi disturbi alla nostra salute, in particolare danno stati infiammatori delle vie respiratorie (bronchiti, tracheiti ed enfisemi); alcune sostanze sono cancerogene, altre danneggiano il sistema nervoso. Oggi lo smog nelle grandi città è dovuto prevalentemente alle polveri sottili, che passano attraverso il filtro nasale e raggiungono la parte più profonda dei polmoni, alterando la mucosa bronchiale e favorendo bronchiti e bronchioliti. A scuola tra i bambini si registra ormai la media di tre infezioni respiratorie l’anno. Napoli, Torino e Ancona guidano la classifica dei superamenti dei limiti di legge – 35 giorni in un anno – per le concentrazioni di polveri sottili PM10, rispettivamente con 156, 151 e 129 giorni, secondo il dossier «Mal’Aria di città» di Legambiente, L’unica cosa sensata sarebbe riequilibrare il sistema di trasporto, penalizzando gli automobilisti solitari e valorizzando i mezzi pubblici, le bici e le auto in condivisione (il cosiddetto “car-sharing”). Roma è una delle città con tasso di motorizzazione tra i più alti al mondo: 76 auto ogni 100 abitanti, oltre il triplo di New York (20) e il doppio di Londra (36). Nonostante questo – denuncia Legambiente – il trasporto privato nella capitale cresce continuamente e il Comune ha proposto un nuovo circuito cittadino per il Gran premio di Formula uno in un’area quotidianamente intasata dal traffico (2-2010)
Sesso a scuola
La prima proposta di legge che prevede l’educazione sessuale nella scuola italiana risale al 1975, ma ci sono voluti altri 17anni perché le varie forze politiche arrivassero, nel 1992, all’approvazione di un’altra proposta di legge che stabilisce che tutte le scuole debbano concorrere a svolgere una corretta informazione-formazione sulla sessualità. A distanza di 18 anni, la legge ancora non c’è ed il motivo è sempre lo stesso: parlare di sessualità continua a creare disagio. Ma se non si affronta l’argomento è impossibile arginare quella sorta di “analfabetismo sessuale” che coinvolge i giovani (nonché i meno giovani – genitori, educatori ed insegnanti compresi), da noi e in tutto il mondo. In Germania l’educazione sessuale è parte integrante della formazione scolastica dal 1970; in Francia è stata inserita nei programmi scolastici nel 1973. Spesso si è dibattuto o polemizzato sull’opportunità di raccomandare o meno l’uso del preservativo o dei contraccettivi, ma resta il fatto che in Belgio, Olanda e Svezia, dove esiste uno spazio per l’educazione sessuale fin dal 1956, le ragazze madri sono circa l’1{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}, contro il 9{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} di Paesi come Stati Uniti e Inghilterra. Negli 8 anni di presidenza Bush gli Stati Uniti hanno speso diverse centinaia di milioni di dollari per programmi scolastici che promuovano castità e astinenza sessuale: il risultato è stato che il numero delle gravidanze tra gli adolescenti è tornato a crescere. Una recente indagine condotta negli Usa da Drexel University e University of Pittsburgh (2009) è arrivata alla conclusione che più uno stato è conservatore dal punto di vista religioso, più è alto il numero delle sue ragazze madri; la forte religiosità di stampo tradizionalista sembra scoraggiare l’uso dei contraccettivi tra le giovanissime (incidendo sul tasso di gravidanze precoci) ma non influisce sull’attività sessuale in sé. Nonostante i fallimenti del suo predecessore e nonostante ogni evidenza scientifica, anche Barack Obama ha stanziato un cospicuo finanziamento federale – 250 milioni di dollari – per programmi statali che predicano l’astinenza come strada maestra alla contraccezione e alla prevenzione di malattie trasmesse sessualmente. L’ignoranza sessuale produce quasi sempre problemi, sofferenze, incomprensioni, a volte malattie e gravidanze indesiderate che, comunque affrontate, rimarranno un elemento di disagio. L’UNESCO ha sottolineato più volte l’importanza di rendere l’Educazione Sessuale Onnicomprensiva obbligatoria in tutti i Paesi del mondo, per prevenire le malattie legate all’HIV, per diminuire le gravidanze in età adolescenziale e per favorire la parità di genere. Affrontare il tema della sessualità significa, inoltre, consentire alle persone di realizzare le proprie potenzialità, essendo la sessualità adulta il risultato finale di un ininterrotto processo evolutivo che inizia dalla nascita. Queste cose i ragazzi delle scuole le sentono e le vivono comunque, anche se fanno a volte fatica ad esprimerle. Perché? Per la mia esperienza ciò accade soprattutto in ragione dell’atteggiamento di chiusura o di censura che trovano nei loro interlocutori, siano essi gli insegnanti siano essi gli stessi “esperti” dell’argomento. Parlare della sessualità, infatti, significa anche parlare della propria sessualità. Ecco perché scattano tabù, rimozioni, mancate risposte a domande del tutto legittime. Se si lascia spazio alla loro curiosità, alla loro voglia di sapere tutto su tutto, se si decide insieme che tutte le richieste di informazione vanno accolte, anche le più strane (per chi le classifica tali), allora – forse – i corsi di educazione sessuale potranno essere utili. P.S. Nel frattempo restiamo in fiduciosa attesa di una loro legittimazione istituzionale, con l’inserimento dell’educazione all’affettività e alla sessualità nei programmi scolastici (nella foto Venere e Adone,1541, di Tiziano Vecellio) (1-2010)
Scienza e prevenzione
Scienza e prevenzione, ovvero la scienza della prevenzione, perchè siamo tutti d’accordo che prevenire sia meglio di curare. Però, come? Nel campo della prevenzione delle sostanze d’abuso uno strumento particolarmente valido sembra essere Eu-Dap (sigla per European Drug Addiction Prevention), uno studio che ha coinvolto 9 Paesi europei tra cui l’Italia, 11 centri (tra cui Torino, Novara e L’Aquila), oltre 140 scuole, più di 7.000 adolescenti di età compresa tra i 12-14 anni (nella foto le sedi europee del progetto). Eu-Dap è il primo studio europeo per valutare l’efficacia di interventi scolastici di prevenzione di fumo, alcol e altre droghe. Si tratta di un programma articolato in 12 unità di un’ora, condotto da insegnanti che ricevono un’apposita formazione, con metodo prevalentemente interattivo; si cerca di fornire agli studenti 3 importanti strumenti: 1) maggior conoscenza sui rischi legati all’uso di tabacco, alcol e sostanze psicoattive che possa favorire un atteggiamento critico nei confronti delle sostanze; 2) correzione delle convinzioni errate sulla diffusione e l’accettazione delle sostanze (molti adolescenti credono che tutti i loro coetanei usino le varie sostanze); 3) sviluppo di abilità personali e di relazione degli studenti (in inglese: skills). Alla conferenza internazionale di Roma del 17 novembre 2009, un folto gruppo di studiosi della prevenzione ha presentato i primi risultati ottenuti da Eu-Dap, mettendoli a confronto con altre esperienze internazionali, in particolare statunitensi. Dai vari interventi sono emersi diverse indicazioni per provare a costruire una vera e propria scienza della prevenzione, una prevenzione che riesca realmente a perseguire gli obiettivi dichiarati. In primo luogo sembra necessario aumentare la percentuale di interventi interattivi – che favoriscano la partecipazione diretta dei destinatari – rispetto alle tradizionali lezioni frontali, importanti ma meno efficaci quando si fa prevenzione (oggi solo un quarto della prevenzione prevede metodologie interattive). Bisogna poi tener conto che un certo modo di fornire informazioni può raggiungere esattamente l’obiettivo contrario che ci si era preposti: gli studiosi statunitensi hanno citato in proposito la martellante campagna didemonizzazione della cannabis che ha avuto come unico risultato l’aumento esponenziale dei consumatori e delle persone arrestate negli Stati Uniti per possesso della sostanza. Per quanto riguarda i risultati concreti dell’esperimento, Eu-Dap emergono tre dati: 1) la campagna ha funzionato solo per i maschi, che riducono tutte i consumi delle sostanze esaminate, mentre lascia sostanzialmente inalterata la situazione delle studentesse; 2) il programma funziona bene se previene (evitando l’inizio di un comportamento), meno se cerca di far smettere un uso già iniziato; 3) dopo un anno, purtroppo, si perde la riduzione di consumo del tabacco: l’unica vera abitudine che si stabilizza è la rinuncia ad iniziare l’uso di alcol. Fabrizio Faggiano, Professore Associato di Igiene presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università del Piemonte Orientale, ha sintetizzato i motivi per cui è così difficile intervenire su alcol e tabacco: intanto, tabacco e alcol nella nostra cultura sono sostanze socialmente accettate; gli studenti a cui ci si rivolge, inoltre, vivono tra genitori che bevono e fumano, insegnanti e allenatori che fumano (dentro o fuori gli edifici scolastici o le palestre), coetanei e amici che non hanno problemi a bere e fumare; terzo punto, i ragazzi sono continuamente esposti a film e programmi televisivi in cui si vede usare tabacco e alcol; infine, il prezzo di alcol e sigarette è notoriamente legato alle dimensioni della loro diffusione ed attualmente entrambi sono troppo accessibili ai giovani (vedi, per analogia, il boom del consumo di cocaina dopo il crollo del prezzo). Un ultimo dato davvero preoccupante è quello che associa la probabilità di iniziare a fumare di un adolescente in rapporto alla presenza di insegnanti o genitori che fumino. In entrambi i casi il rischio di diventare un fumatore è quasi doppio, rispetto ad un coetaneo i cui genitori o i cui professori non fumino. Nelle scuole in cui il divieto di fumo è assoluto, ossia anche all’esterno delle aule, la percentuale di studenti fumatori è meno del 10{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98}, ma sale al 30{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} in quelle in cui gli studenti vedono fumare i loro professori. Quindi, la prevenzione potrebbe e dovrebbe cominciare da qui, dai cosiddetti adulti di riferimento e dai padri e dalle madri che danno un cattivo, pessimo esempio. (12-2009)
Farmaci nella terza età
Farmaci nella terza età, un problema sempre più importante per il grande numero di medicine che molte persone anziane assumono. La parola farmaco viene dal greco pharmakon, medicamento o veleno; i farmaci, infatti, sono sostanze capaci di produrre cambiamenti, positivi e negativi, negli organismi viventi. Di fatto, non esistono farmaci privi di tossicità, in particolare quando se ne fa un uso prolungato nella cura di malattie croniche. Pertanto, bisogna sempre valutare con attenzione il rapporto rischi-benefici di ogni farmaco: un farmaco va preso quando i benefici sono realmente significativi rispetto ai rischi, lievi o gravi, cui sempre e comunque ci si espone. I rischi legati all’utilizzo dei farmaci sono le cosiddette reazioni avverse – o effetti collaterali – e comprendono un’ampia varietà di manifestazioni di tipo tossico che possono succedere mentre usiamo un determinato farmaco. Le reazioni avverse possono essere lievi, moderate o gravi; quelle moderate richiedono in genere almeno una cambio del dosaggio del farmaco; in quelle gravi il farmaco viene sospeso, per evitare le reazioni avverse letali che possono anche portare in modo diretto o indiretto alla morte del paziente. Non si conosce con esattezza quante persone muoiono per gli effetti avversi ai farmaci; ma, anche se fra essi molti sono pazienti con patologie gravi e complesse, il loro numero è preoccupante e in continuo aumento. Un parziale elenco delle più comuni e gravi reazioni avverse comprenderebbe ulcere, emorragie, anemie, danni al fegato, insufficienza renale, infezioni, reazioni allergiche; tra le categorie di farmaci più coinvolte in questi disturbi ricordiamo anticoagulanti, corticosteroidi, aspirina e altri farmaci anti-infiammatori, alcuni antipsicotici e alcuni antibiotici. Negli anziani le reazioni avverse sono più frequenti e la loro gravità è superiore. Ciò avviene sia per l’utilizzo maggiore di farmaci tipico dell’età avanzata, ma anche perché spesso i farmaci sono usati male (ricerche europee e nordamericane hanno stimato tra il 20{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} e oltre il 40{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} l’uso inappropriato di farmaci tra gli anziani). Tra le condizioni che portano le persone anziane ad usare male i farmaci il basso livello socio-culturale (rischio quasi raddoppiato), la presenza di poli-terapie (dover assumere più farmaci contemporaneamente), le terapie con ansiolitici o antidepressivi. Uno studio del 1988 dell’ANSA dimostra che, superata la soglia dei 65 anni, il consumo di farmaci triplica, proprio per la presenza di tante patologie croniche, che fanno impennare il consumo di farmaci cardiovascolari e antipertensivi, analgesici, sedativi e farmaci gastrointestinali, come lassativi e gastroprotettori. In Italia chi ha più di 75 anni spende per i farmaci una cifra 12 volte maggiore di chi è giovane. Come evitare l’uso inappropriato dei farmaci? Per prima cosa assumere solo i farmaci realmente indispensabili – tra l’altro tutti rimborsati dal sistema sanitario nazionale – e guardarsi da quello stato d’animo che oggi spinge le persone ad assumere farmaci ad ogni più piccolo segnale di possibile problema di salute; evitare di rispondere con un nuovo farmaco ad ogni nuovo sintomo, dato che fegato e reni– gli organi maggiormente coinvolti dall’uso di farmaci – con l’età rallentano le proprie funzioni, proprio quando si assumono sempre più medicine; affidarsi al proprio medico, per la gestione delle terapie da assumere; evitare assolutamente l’assunzione di un farmaco all’insaputa del proprio medico curante; fare in modo che la prescrizione medica sia chiara e di facile comprensione (sembra che il 90{549819c886eef5e6ddc79b14eb6761d93ce67e120ea8d6713f3f621eb1d89f98} degli statunitensi esca dagli studi dei loro medici con una comprensione parziale della diagnosi e della terapia, ma non esprima questi dubbi per vergogna o imbarazzo); organizzare dei pro-memoria che aiutino a ricordare l’elenco esatto dei farmaci, l’orario di assunzione e l’esatta posologia; molti anziani tendono a dimenticare che devono prendere una medicina oppure la assumono in quantità doppia; infine, limitare le fortissime e irresponsabili campagne pubblicitarie che tendono a favorire negli anziani un consumo indiscriminato di farmaci; bisogna dire con chiarezza che non vi sono rimedi efficaci per l’invecchiamento, un evento naturale che può essere ottimamente vissuto se accompagnato da una sana alimentazione, una costante attività motoria e una buona vita di relazione. I farmaci per la vecchiaia non esistono. Il Premio Nobel per la medicina e la biologia, Rita Levi Montalcini, ha festeggiato i 100 anni: nel 2009 è ancora in ottima salute, mentale e fisica, e – piccolo particolare non insignificante – non ha mai preso medicine. (2009)
Vecchiaia e cultura
Vecchiaia e cultura, per migliaia di anni sono stati quasi dei sinonimi: chi era vecchio per definizione incarnava la cultura della comunità. Oggi le cose sono cambiate. Essere anziani, peraltro, non è solo un momento biologico, una stagione della vita: è anche qualcosa che appartiene alla cultura della società in cui si invecchia. Ogni cultura dà valore diverso alla vecchiaia; nella maggior parte delle culture tradizionali – africane e asiatiche, ad esempio – gli anziani sono tenuti in massima considerazione, sono le figure che devono tramandare i valori, le regole, le consuetudini. “Quando muore un vecchio in Africa, muore una biblioteca” dice un proverbio africano. Nelle società industriali e post-industriali, invece, gli anziani sono soprattutto visti come persone fuori dalla realtà lavorativa, quindi ai margini di quella che – a torto – si considera l’unica sfera sociale importante. In realtà, una vita sociale ricca e gratificante è possibile soprattutto dopo la stagione lavorativa, avendo più tempo a disposizione per dedicarsi alle relazioni con gli altri e agli interessi personali. Verrebbe da chiedersi se ci consideriamo ancora una specie sociale. Naturalmente, è una domanda retorica: la nostra specie, Homo sapiens, è una specie assolutamente sociale: da soli ci si ammala, ci ammaliamo di malattie dello spirito non meno gravi di quelle fisiche. Abbiamo bisogno degli altri, come abbiamo bisogno del movimento, perché per milioni di anni – almeno sei – i nostri progenitori si sono uniti in gruppi per superare la nostra limitatezza biologica. Siamo animali davvero scarsi, presi singolarmente: non corriamo forte e non sappiamo lottare, abbiamo vista e udito appena sufficienti, non sappiamo sopportare le avversità né procuraci il cibo; insieme, invece, con la cultura e la dimensione sociale sopravviviamo piuttosto bene. In molte ricerche la solitudine si trova spesso alla base di diversi stati di confusione mentale delle persone anziane. L’isolamento di molti anziani, per ragioni di reddito o per malattie croniche o semplicemente per scelta, può scatenare disturbi psichici. La televisione è nata oltre 50 anni fa come strumento culturale, anche per unificare un’Italia divisa in tante piccole nazioni che a stento si capivano; la televisione un tempo teneva insieme la gente, quando si andava tutti insieme nei bar (o nelle case dei pochissimi privilegiati che disponevano di una apparecchio personale) a vedere e commentare i primi programmi. Oggi la televisione – soprattutto per le persone anziane – rischia di essere una scusa per non uscire di casa, una scusa per non incontrare gli altri. Il protagonista dell’ultimo film di Ermanno Olmi (Cento chiodi del 2008, nella foto) – un Gesù moderno che molla tutto per andare a vivere con i contadini del Po – dice a un certo punto: “Tutti i libri del mondo non valgono un caffè con un amico, una carezza”. Noi potremmo tradurlo con “Tutti i programmi televisivi del mondo non valgono una partita a carte, una risata con gli amici”. (2009)