Serge Latouche è un antropologo dell’economia, che da molti anni si batte per un cambiamento mondiale nel segno di quella che lui definisce la decrescita, ossia un modello di società basata sulla qualità della vita, piuttosto che sulla quantità di produzione di beni e merci. Per Latouche è inutilizzabile non solo il termine crescita, ma anche il termine sviluppo, sostenibile o meno. “Fin dalla sua origine, negli anni settanta, il concetto di sviluppo sostenibile è stato una mistificazione, perché si sapeva molto bene che tutto ciò che generava i problemi ambientali era lo sviluppo che si basa sulla crescita illimitata, la cui logica è quella di produrre e consumare sempre di più. Ciò evidentemente, a lungo andare, non è sostenibile. L’idea di sviluppo sostenibile serve per affermare che si sta facendo qualcosa di diverso mentre si continua a fare la stessa cosa”. “La scommessa della decrescita – continua Latouche – è che l’umanità possa fare una rivoluzione culturale, uscire dalla società di crescita, di de-globalizzarsi e ritrovare il locale, di uscire dal capitalismo e quindi dall’accumulazione illimitata”.
Per fare questo passo serve la consapevolezza che tutti vivremmo meglio se vivessimo in un altro modo; riaffiora il ricordo della grande lezione di Ivan Illich che diceva “lavorare di meno per vivere meglio”, invece di “lavorare di più per guadagnare di più”. Secondo Latouche lavorando meno si produrrebbe meno, ma si distruggerebbe meno il pianeta; ci sarebbe più tempo per godere della vita, per ritrovare il senso della vita: meno ricchezze in termini di prodotto interno lordo ma più ricchezze in termini di vita, di ricerca del piacere e della felicità. Consumare meglio è possibile: l’economia attuale sembra richiedere cittadini che siano tossicodipendenti di consumismo, essendo fondata sull’idea dell’accumulazione illimitata e del consumo illimitato. Quindi, decrescita per Latouche significa uscire dall’imperialismo dell’economia, dall’economicizzazione del mondo. Nell’utopia della decrescita, utopia del tutto realizzabile per l’antropologo francese, si dovrebbe essere tutti un po’ contadini, ma bisognerebbe anche ripensare le città, diventate ormai dei mostri. Reinventare la città perché sono il luogo della cittadinanza e, allo stesso tempo, reinventare la campagna. Se serve un modello storico, Latouche dice che ci si potrebbe rifare all’antico modello italiano dei comuni. (2007)
