Non solo pallavolo. Le molte vite di un gioco globale
Oggi la pallavolo femminile e maschile sono stabilmente sport olimpici, con regole condivise in tutto il mondo. Anche il beach volley – nato negli anni ’20 del 900 sulle spiagge della California – è nel programma olimpico da 30 anni, nella formula 2 contro 2, maschile e femminile. Accanto a loro sono nate, in varie parti del mondo, altre forme di gioco che presentano differenze nel modo di colpire la palla, nel numero dei giocatori e nelle dimensioni del campo, nell’altezza della rete e nelle rotazioni.
La prima grande variante è la pallavolo a 9, che riprende l’antico sistema di gioco diffuso in buona parte dell’Asia prima dell’unificazione dei regolamenti internazionali. Si disputa su campi leggermente più grandi (10 x 20 metri), con 9 giocatori per parte, senza rotazione obbligatoria. Negli Stati Uniti è praticata soprattutto all’interno delle comunità sino-americane e ogni squadra deve avere almeno 6 giocatori cinesi al 100%. Il muro può coinvolgere 3 o 4 giocatori e l’invasione aerea non è consentita. La difficoltà nel mettere la palla a terra è molto alta, il gioco è rapido e spettacolare.
Un’altra variante con forti caratteristiche culturali è l’ecuavolley, nato in Ecuador negli anni ’60 e diffuso oggi in tutti i Paesi con comunità ecuadoriane. Si gioca 3 contro 3, con palloni più pesanti e rete molto più alta della pallavolo tradizionale (2,85 m). Il gioco è dominato da difese altissime e da scambi più lunghi, poiché le schiacciate sono quasi impossibili.
Il fistball è un caso a parte, dato che dal 1985 è disciplina ufficiale dei World Games, il secondo evento multi-sportivo del mondo dopo le Olimpiadi. Rispetto alla pallavolo, presenta alcune differenze notevoli: squadre di 5 giocatori, campi all’aperto di 50 × 20 metri e rete a 2,00 m (1,90 m per le donne). Nel gioco la palla può rimbalzare una volta nel terreno e va colpita con il pugno (in inglese “fist”) o con l’avambraccio. È una variante molto spettacolare, che combina strategia, velocità, resistenza e capacità di coprire un campo ampio. La federazione internazionale – fondata nel 1960 – conta 60 Paesi. Germania, Austria e Svizzera, insieme al Brasile, sono i Paesi leader.
Accanto alle versioni agonistiche, la pallavolo ha prodotto anche numerose forme di gioco orientate dall’inclusione e alla partecipazione, dove il divertimento prevale sul risultato. Il park-volley è una di queste: si gioca all’aperto (ma anche al chiuso) con squadre di 4 giocatori e dimensioni del campo variabili (da 6 x 12 a 9 x 18 metri) e l’auto-arbitraggio. Il green volley si gioca all’aperto su campi 8 x 8 m, come il beach volley, spesso con regole semplificate e variabili: lo spirito è quello di un gioco libero, accessibile e inclusivo. Per le caratteristiche del campo – sabbia, spazi ridotti, sforzo continuo – il beach volley è uno sport durissimo, una sorta di “iron-man” degli sport di squadra. Una variante giocabile da tutti è il beach volley a 4, spesso con squadre miste, su campi 9 x 18 m e rete a 2,30 m: il ritmo è lo stesso del beach volley a 2, ma ci sono più possibilità di gioco e scambi più lunghi.
Pur essendo rigorosamente separate per genere nelle competizioni ufficiali, nelle categorie giovanili ragazze e ragazzi giocano spesso insieme fino all’Under 14. In età adulta questa possibilità ritorna nel volley amatoriale misto, molto diffuso in tutta Italia. UISP, CSI e altre organizzazioni organizzano campionati con squadre miste e regole che limitano l’impatto fisico maschile. Una versione particolarmente significativa è il torneo misto dei Mondiali Antirazzisti, con 3 donne e 3 uomini sull’erba, senza arbitro, e un unico tempo di 30 minuti: un vero manifesto di sport sociale e di inclusione.
L’ultimo arrivato, almeno per ora, è il Catch ’n Serve Ball, un gioco in cui la palla non viene colpita ma “catturata” e rilanciata. Nato in Israele attorno al 2005 con il movimento Mamanet – rivolto soprattutto alle madri – si ispira in parte al Newcomb Ball statunitense di fine Ottocento, gioco scolastico che prevedeva già la presa della palla. Anche il Catch’ serve Ball è pensato come sport inclusivo e comunitario, con meno tecnicismi e più attenzione alla partecipazione.
Dalle sue origini come semplice passatempo da palestra alla fine dell’800, dalla pallavolo sono nati un’intera famiglia di giochi, ciascuno capace di adattarsi a culture, ambienti, esigenze sociali e modi diversi di intendere lo sport. Alcune varianti hanno assunto una dimensione internazionale, altre restano patrimoni identitari di comunità specifiche; alcune puntano alla prestazione, altre alla partecipazione. Tutte, però, testimoniano la straordinaria flessibilità di un’idea di gioco che, pur cambiando forme, mantiene intatti i suoi principi: collaborazione, rapidità, dialogo continuo tra giocatori e capacità di tenere la palla “viva”. È forse proprio questa vitalità – più ancora dei titoli olimpici e dei record – il lascito più duraturo della pallavolo nella storia dello sport mondiale (nella foto un murales dedicato alla pallavolista della nazionale Carlotta Cambi a Bergamo)
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