Negli ultimi vent’anni la ricerca scientifica ha chiarito un punto fondamentale: lo stile di vita è il farmaco più potente che abbiamo per la prevenzione del diabete di tipo 2 (DM 2). Non si tratta di diete drastiche né di imprese atletiche: parliamo di piccoli cambiamenti, realistici e sostenibili, che incidono in modo sorprendente sul rischio di sviluppare la malattia.

Il Diabetes Prevention Program (DPP), uno dei più grandi studi internazionali sulla prevenzione del DM 2 (oltre 4.000 persone seguite negli USA per più di dieci anni), ha dimostrato che perdite di peso moderate (5–7%) e aumento dell’attività fisica riducono il rischio di sviluppare il diabete del 34%, mentre la sola metformina – farmaco di prima scelta nel trattamento del DM 2 – riduce il rischio del 19%. Inoltre, nella fascia di popolazione più a rischio, gli over 60, la prevenzione basata sullo stile di vita porta a una riduzione del 50% del rischio di ammalarsi. In altre parole, muoversi di più e mangiare meglio funziona più dei farmaci nelle persone a rischio.

Nella genesi delle moderne malattie croniche l’alimentazione conta, molto più di quanto immaginiamo. Una ricerca pubblicata su Nature Medicine, basata sui dati alimentari di 184 Paesi dal 1990 al 2018, ha stimato che il 70% dei nuovi casi di DM 2 nel mondo – circa 10 milioni sui 14 milioni totali di nuovi casi – è legato a un’alimentazione di scarsa qualità. E quali sono risultati i tre fattori più rilevanti?Al primo posto lo scarso consumo di cereali integrali, al secondo l’eccesso di cereali raffinati (riso, frumento), al terzo il consumo elevato di carni lavorate.

Cibi troppo raffinati e industriali sono oggi abbondantemente presenti nelle nostre tavole e, soprattutto, in quelle di bambini e adolescenti. Nel Regno Unito, secondo i dati NHS, il 50-60% delle calorie consumate dai bambini proviene ormai da cibi ultraprocessati. Dati analoghi emergono anche dallo studio europeo EPIC, condotto su oltre 600.000 europei: per ogni aumento del 10% delle calorie da cibo ultraprocessato il rischio di ammalarsi di diabete tipo 2 aumenta del 17%. Secondo l’International Diabetes Federation, entro il 2030 l’Europa raggiungerà 66 milioni di persone con diabete, diventando il secondo continente più colpito dopo l’Asia. Che fare, allora?

La diffusione del diabete, innanzitutto, non dipende solo da genetica ed età, ma è soprattutto un riflesso diretto dei cambiamenti alimentari e dello stile di vita degli ultimi decenni. Le più recenti linee guida internazionali (ADA, EASD, OMS) sono molto chiare: le persone con diabete dovrebbero seguire la stessa alimentazione raccomandata alla popolazione generale. Questo non significa “non servono regole”, ma che le diete eccessivamente prescrittive non funzionano a lungo termine. La vera arma è un’altra: educazione alimentare continua, genitori informati, scuole formate, ambienti di lavoro che facilitano scelte sane, a partire da un periodo cruciale per lo sviluppo metabolico: i primi 1000 giorni di vita.

La situazione è talmente critica che, per la prima volta, l’Associazione medici diabetologi (AMD) – insieme all’Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo e a Slow Food Italia – ha lanciato un appello all’industria alimentare, chiedendo un radicale cambio di rotta verso la produzione di cibi più salutari. “L’allarme, sia scientifico che sanitario, è chiaro: riguarda il benessere delle generazioni presenti e future. Con questo appello chiediamo all’industria alimentare di essere alleata della prevenzione, perché il cibo può e deve diventare un veicolo di salute”. (nella foto la locandina della Giornata Mondiale del Diabete 2025, che si celebra ogni 14 novembre)