Tornare al nucleare? In Italia sembra una scelta insensata e provocatorio nei confronti di due pronunciamenti referendari contrari. Invece di proporre un forte sviluppo delle rinnovabili, il nuovo Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (PNIEC) prevede il ritorno al nucleare a fissione. Ricordiamo che l’attuale tecnologia nucleare, a oltre 60 anni dalla sua nascita, non ha dato risposte soddisfacenti alle obiezioni sollevate dai suoi critici; ancora oggi la proliferazione atomica, la contaminazione radioattiva, la gestione delle scorie e la disponibilità del combustibile rimangono 4 problemi irrisolti. Il no al nucleare è un no a questo nucleare, così come il no agli OGM non è uno alla ricerca scientifica, ma un no ad uno scenario che vede la tecnologia OGM principalmente in mano a poche grandi imprese agrochimiche.  Barry Commoner è stato un pioniere delle battaglie dell’ambientalismo scientifico e della moderna ecologia; nel libro Il cerchio da chiudere (1971) ha formulato le 4 leggi dell’ecologia. Eccole. 1) Ogni cosa è connessa con ogni altra, c’è una sola ecosfera per tutti gli organismi viventi. 2) Tutte le cose finiscono da qualche parte, in natura non ci sono “rifiuti” e non c’è “un lontano” dove gettare le cose. 3) La natura sceglie sempre la strada migliore. 4) Se sfruttiamo la natura, trasformiamo risorse utili in inutili e ciò che trasformiamo ha un costo di cui dovremmo tener conto. Le passate ed attuali tecnologie di sfruttamento dell’energia nucleare vanno contro ciascuna di queste osservazioni.

In tempi di guerre e di riarmo generalizzato, la prima obiezione al nucleare riguarda l’indissolubile legame tra il nucleare militare e il nucleare civile. 70 anni fa, in piena guerra fredda, Albert Einstein e Bertrand Russel invitarono gli scienziati di tutto il mondo a parlare dei rischi per l’umanità legati alle armi nucleari (1955, Manifesto Russell-Einstein); l’anno prima il presidente USA Eisenhower aveva approvato il progetto Atom for Peace, per introdurre l’energia nucleare in applicazioni civili e per produrre energia elettrica, dopo l’utilizzo di bombe atomiche in Giappone nel 1945 e la successiva produzione di armi atomiche da parte dell’Unione Sovietica. Ancora oggi il 75% della produzione di energia nucleare avviene in Paesi dotati di arsenali nucleari (USA, Cina, Francia, Russia, Corea del Nord).  Dal 1945 al 1963, inoltre, si sono svolti migliaia di test militari nucleari in atmosfera; questi test – prevalentemente statunitensi e sovietici – potrebbero aver causato in tutto il Pianeta un numero elevato di morti per cancro alle ossa, alla tiroide e leucemia.

La seconda obiezione riguarda la pericolosità degli approvvigionamenti della materia prima. L’estrazione di uranio è concentrata in pochissimi paesi, in particolare in Kazakistan;  nel 2022 dai primi tre Paesi  – Kazakistan, Canada e Namibia –  è arrivato il 70% del volume mondiale di Uranio; si tratta di una situazione analoga a quella di altri metalli strategici come il litio e il cobalto. Nel 2021, nessun paese consumatore di uranio – tranne il Canada –  ne ha prodotto abbastanza da coprire la domanda interna.

La terza criticità riguarda gli  enormi danni ambientali nelle regioni di estrazione, come la regione di Agadez nel Niger, dove da decenni materiali radioattivi si diffondono nelle comunità locali e i materiali di scarto delle miniere sono a cielo aperto; le falde acquifere sono contaminate e si registrano tassi di mortalità per infezioni respiratorie vicino alle miniere doppi della media nazionale. Studi condotti in Germania e Francia, oltre che negli USA e in Canada, hanno riscontrato un maggiore e significativo rischio di leucemie e linfomi nei bambini che abitano in prossimità (circa 5 Km) da una centrale nucleare. I nuovi studi epigenetici potrebbero, inoltre, aprire un nuovo capitolo di ricerca sugli effetti biologici delle radiazioni ionizzanti legate alle centrali nucleari.

L’ultima obiezione è quella delle scorie nucleari. Come ha ricordato per molti anni il Angelo BaraccaIn questi 60 anni si è pensato solo al business di costruire nuove centrali nucleari, mentre si accumulavano crescenti, ed enormi, quantità di residui radioattivi (non“scorie” perché tra i residui vi sono il Plutonio e gli attinidi, materiali di enorme interesse militare). Nessun paese al mondo ha ancora realizzato un deposito definitivo dei residui nucleari: sono state fatte molte esperienze, a volte si sono poi rivelate sbagliate, se non fallimentari”.  

Il premio Nobel Giorgio Parisi ha aggiunto un’ultima, non trascurabile, osservazione sull’idea di tornare al nucleare: il problema dei costi. Per il professor Parisi “al momento i costi dell’energia solare sono decisamente inferiori rispetto a quelli del nucleare. Ci sono enormi spazi liberi nelle città dove si può installare”. E sulle nuove tecnologie e il possibile passaggio dalla fissione alla fusione nucleare, Parisi ha detto: ” La IV generazione potrebbe essere importante, ma non c’è nessuno prototipo funzionante su larga scala il reattore Superphenix francese ha avuto incidenti per svariati anni e poi è stato chiuso. In merito alla fusione nucleare è estremamente difficile che prima di 30 anni ci siano impianti funzionanti: dunque, questa opzione resta un tema di ricerca scientifica”. La soluzione per Parisi è questa: “Occorre investire in “efficienza energetica, smart grid (reti intelligenti), idroelettrico, geotermia e solare”. E la transizione è già in atto: nel 2023 il mondo ha installato più solare che tutte le altre fonti messe insieme, nucleare incluso.